Quando un uomo varca un cancello, a essere misurata non è la sua colpa, ma la civiltà che lo rinchiude.

C’è un gesto antico e sempre identico a sé stesso nel momento in cui un uomo varca la soglia di un carcere: il rumore di una porta che si chiude alle spalle, e con essa la sottrazione di ciò che fa di un uomo un uomo libero. Accade ogni giorno, lontano dai riflettori, a persone delle quali nessuno scrive. Accade, talvolta, a chi ha occupato posizioni di potere, e allora se ne discute. Ma il gesto è il medesimo, e il medesimo dovrebbe essere il pensiero che ci accompagna mentre lo osserviamo.

Non intendo discutere una sentenza. Le sentenze appartengono ai giudici, e chi rispetta la toga rispetta anche le decisioni che, da difensore, avrebbe argomentato diversamente. Una giurisdizione che si pronuncia attraverso più gradi di giudizio merita, per ciò solo, deferenza. Ciò di cui intendo scrivere è quanto viene prima e dopo ogni verdetto, e che nessun verdetto può esaurire: l’idea che una società ha della pena.

La nostra Costituzione su questo punto non lascia spazio all’equivoco. L’articolo 27, terzo comma, stabilisce che le pene «non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato». I Costituenti non scrissero che la pena deve tendere alla punizione, e tanto meno alla vendetta o alla soddisfazione collettiva di veder cadere chi stava in alto. Scrissero rieducazione. Affidarono cioè alla sanzione un compito che guarda al futuro della persona, non soltanto al suo passato. Una pena che rinuncia a quell’orizzonte non è più severa: è semplicemente infedele alla Carta che la legittima.

È qui che nasce la mia inquietudine di giurista. Quando la detenzione raggiunge un uomo a distanza siderale dai fatti, in età avanzata, per una responsabilità di natura colposa, occorre avere il coraggio di domandarsi a che cosa serva. Chi rieduca? Quale reinserimento prepara? Quale futuro costruisce, su una vita ormai volta al suo crepuscolo? La risposta onesta è che, in casi simili, il carcere non risponde a un bisogno di recupero, ma a un bisogno di simbolo: la rappresentazione plastica che nessuno è troppo potente per la cella. Ma il simbolo, quando si nutre della libertà di una persona concreta, è l’esatto rovescio della giustizia, perché trasforma l’uomo in mezzo per una catarsi che non gli appartiene.

Si dirà che il garantismo è indulgenza verso i forti. È vero il contrario. Il garantismo non è morbidezza: è la disciplina che tiene fermo il principio proprio quando il vento dell’opinione pubblica soffia nella direzione opposta. È facile essere garantisti con l’imputato simpatico, con il debole, con chi suscita istintiva pietà. Il principio si rivela soltanto alla prova dell’imputato scomodo, di colui di cui la folla reclama la cella. Se la dignità della pena vale solo per chi ci è simpatico, non è un principio: è una preferenza. E i principi, a differenza delle preferenze, valgono per tutti o non valgono per nessuno.

Resta il dolore delle vittime, che nessuna riflessione ha il diritto di sfiorare con leggerezza. Quel dolore è sacro, irriducibile, e nessuna sentenza restituirà mai ciò che è stato strappato. Ma onorare le vittime non significa fare dello Stato uno strumento di contrappasso. La dignità di chi ha sofferto non si serve diminuendo la dignità di chi è stato condannato: sono due valori che una civiltà giuridica matura deve saper tenere insieme, la compassione per gli uni e l’umanità verso l’altro, senza barattare l’una con il sacrificio dell’altra. La giustizia non è una bilancia del dolore, dove la sofferenza inflitta compensa quella subita. È un’altra cosa, e più alta.

Del resto, è la legge stessa a offrire la via. L’ordinamento penitenziario conosce e disciplina le misure alternative alla detenzione, pensate anche per l’età avanzata, non come privilegio ma come coerente attuazione del principio rieducativo. Insistere sulla cella quando l’ordinamento appronta un’alternativa altrettanto afflittiva ma più umana significa scegliere il simbolo contro la sostanza, l’apparenza della fermezza contro la verità della pena.

Non so se il carcere renda qualcuno migliore. So che una società non diventa più giusta in ragione del numero di persone che chiude dietro un cancello, ma in ragione della fedeltà con cui, persino mentre punisce, si rifiuta di ridurre un uomo al peggio che gli è stato attribuito. Questa non è debolezza. È la forma più alta di forza che uno Stato possa mostrare: punire senza rinunciare alla propria umanità. Tutto il resto, l’esultanza, la gogna, il compiacimento di fronte alla porta che si chiude, non appartiene alla giustizia. Appartiene a qualcosa di più antico e di più triste, che lo Stato di diritto è nato precisamente per lasciarsi alle spalle.

Avv. Giuseppe LANOTTE

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